Babi dell’altro mondo

Babi di Canale (rospi)
Babi di Canale (rospi)

A Canale, il pais dij babi, storie misteriose con un protagonista rospo gigante.

Babi dell’altro mondo

Un mattino di buon’ora, mentre stava ancora riposando nel fango, Carolì si sentì toccare la spalla. Si svegliò e si rese conto che la terra in cui si era nascosto stava diventando scomoda. Prima di mettersi in cammino per trovare un altro fosso in cui invecchiare sentì che aveva fame. Con le zampe davanti scostò i fili d’erba leggera e fresca e aprì gli occhi. Era pronto a spalancare la bocca per lanciare la lingua appiccicosa contro un tenero verme arrotolato in un angolo, quando si trovò davanti la pala del becchino. Il cielo era terso, la primavera aveva illuminato il camposanto e gli uccelli cantavano. Carolì però dovette rinunciare al boccone, a mangiare da solo in santa pace, quando vide il becchino gettare la marra a terra e saltare via come un grillo, diretto al centro di Canale.

 

La corsa delle nuvole e lo sbocciare improvviso dei fiori gli suggerivano di andarsene, di migrare come ogni anno, ma in quelle circostanze sospette Carolì non si sentì pronto a partire e rimase dov’era. Voleva evitare pericoli, eventuali incidenti mortali o peggio incontri con altri umani oltre il becchino, o addirittura il rischio di rivedere vecchi amici. A quel pensiero Carolì sentì la pancia gonfiarsi e la pelle ricoprirsi di un sottilissimo strato di liquido velenoso. Tentò di non pensarci, chiuse gli occhi e provò a calmarsi riconoscendo come la vita da rospo fosse infinitamente più allegra della precedente vita da uomo, ma non ci riuscì. Dalla bocca uscì un rumoroso grido di difesa: CRA CRA CRA. 

Non ci voleva! Un urlo così potente avrebbe potuto risvegliare qualche inopportuna attenzione o far tornare indietro il becchino. Non era riuscito a trattenersi! Ogni volta che riaffiorava il lui il ricordo dei giorni di vita del Carolì uomo il Carolì rospo andava con la mente dritto dritto al giorno della sua morte. Quel pensiero lo faceva gonfiare di rabbia per le insistenze che aveva dovuto sopportare, da uomo, il quella speciale giornata in cui gli amici gli erano tutti attorno. Non erano lì non per salutarlo con affetto, come chiunque avrebbe desiderato, ma per estorcergli una confessione, ovvero una cosa che Carolì aveva rifiutato di fare per tutta la vita… ma chissà poi quale particolare confessione si aspettavano da lui! Ostinato a non confessarsi dal prete Carolì aveva detto a tutti che, dopo morto, si sarebbe trasformato in un rospo. Quella era la sua unica confessione, ma nessuno gli aveva creduto.

 

 

Così andò. Adesso, che era effettivamente rospo e viveva in pace nel camposanto si pentiva di una sola cosa: di averlo detto a tutti… perché in cuor suo sapeva che qualcuno, prima o poi, sarebbe venuto a cercarlo, anche in quell’altro mondo. La pala del becchino era il primo indizio che quel giorno stava per arrivare.

 

Andò peggio di come qualsiasi rospo potesse immaginare. Carolì si mise a tremare quando uno stormo di passeri lo informò che gli uomini in piazza, tra un sorso di Barbera e una partita a Tressette, avevano letto ad alta voce una lettera pubblicata sul quotidiano cuneese La sentinella delle Alpi.

I passeri sono precisi e si erano assicurati che fosse proprio il giornale di oggi, 29 marzo 1874. La notizia era la seguente: «… [il becchino] andava scavando, quando gli sembrò che la terra si muovesse sotto a’ suoi piedi, cessò alquanto dal lavorare e stette in aspettazione, ma pensando poi che questa non fosse stata che immaginazione, si diede nuovamente a scavare… ed ecco che questa volta si sentì veramente alzarsi la terra un cinque o sei dita!… Rimase sbigottito, e gettata la marra, fattosi puntello delle mani saltò su dalla fossa e diffilato corse al paese, raccontando a tutti quelli che incontrava ciò che le era successo; disse ancora che altro non era che l’indemoniato che per castigo divino non poteva nemmeno trovar pace nella fossa, disse perfino d’aver udito la sua voce, dichiarando di non voler più recarsi colà».

 

Un altro grido di difesa CRA CRA CRA, ancora più potente, uscì come il ruggito di una tigre dalla bocca di Carolì. I passeri riferirono anche che si parlava di un certo Carolì uomo come di un bevitore incallito e un mangiapreti che, non essendosi voluto confessare in punto di morte, non avrebbe trovato pace e si sarebbe trasformato in babi…. quel babi che Fabiòch disse di aver visto al cimitero. Per fortuna c’era anche chi la pensava diversamente. In un paese ci sono sempre due opinioni, su qualsiasi cosa, anche su questo. Alcuni non fecero altro che descrivere le improbabili trasformazioni di Carolì in babi, mentre altri presero in giro il becchino Fabiòch, che forse si era trincato troppi cicchetti di branda (aveva bevuto troppi bicchierini di grappa)… tension che staneut o ven a gȓatete ij pé, bèica ben sota o let pȓima ‘d cogete (attenzione che questa notte viene a grattarti i piedi, guarda bene sotto il letto prima di coricarti).

 

Per mettere fine alla controversia, e per curiosità, alcuni giovani andarono a verificare di persona. Al loro arrivo al cimitero i passeri volarono via svelti e Carolì, dopo aver chiuso gli occhi, smise per un momento di respirare. Pensò di morire un’altra volta e poi cambiò idea e si decise a fare finta di morire, magari così lo avrebbero lasciato stare. Gli uomini pestarono la terra pesantemente, girarono intorno e smossero le zolle come dovessero fare una trincea. Infine legarono il gigantesco rospo e lo tirarono fuori. Rimasero ammutoliti. Carolì non reagì, rimase fermo, inerme, finché un raggio di sole sulle palpebre gli fece aprire gli occhi, rossi come due ciliegie mature e con lo sguardo disse loro: perché venite a rompere la quiete in cui io vivo?

Lo chiusero in un recinto circondato da uomini armati e lo tennero d’occhio giorno e notte. Qualche volta lo minacciarono per divertimento tirandogli addosso sassi e rami secchi. Carolì continuò il suo teatro, si finse morto molto al lungo, sperando che lo avrebbero riportato alla sua fossa nel cimitero. Non si mosse, mangiò poco e di nascosto. Di notte, mentre gli aguzzini dormivano fuori dal recinto, pianse più e più volte, guardando la luna bianca impigliarsi dietro i rami degli alberi. Qualche grido gli sfuggì CRA CRA CRA, non più per la rabbia ma per la malinconia del prigioniero e per la mancanza di acqua. Fu osservato da medici, scienziati, giornalisti, autorità, bambini…

 

Carolì si lasciò vivere, o forse morire, per tutta l’estate, l’autunno e l’inverno senza accorgersi della differenza tra un giorno e l’altro. In primavera sentì cantare di nuovo gli uccelli che lo vennero a trovare. Durante le loro migrazioni i passeri avevano raccolto altre storie su di lui, come quella del famoso giornalista Michele Lessona di Torino. «…Una bestia simile non fu veduta giammai. Nessun naturalista lo sa classificare. Lo chiamano rospo, ma col vero rospo non concorda che nella schifosità. Immaginati ch’esso è grosso come un buon cane barbone. La bocca l’ha da rospo, e da quella soventi manda fuori un tal fumo, che pare esca proprio dal Vesuvio. Ai lati del muso è peloso, di un pelo che un momento tiene irto irto, ed un momento il posa in forma di mustacchi umani. Quello poi che è singolare è, che esso ha la cresta, una cresta comune a nessun’altra bestia, alta circa un palmo, e dalla quale di tanto in tanto cola una specie di moccio da far ricciare le nari ad ogn’istante, tanto che ne viene la puzza.

Gli occhi ha, a somiglianza dell’asino, grossi grossi: ma pieni di fuoco, tanto sono rossi: e più di uno non tiene mai aperto, e nessuno può resistere al suo sguardo e par che si intorbidi il sangue. Il resto del corpo è tigrato, ma di un tigramento che varia col variar del tempo: così al mattino è piccolissimo, crescendo un po’ più al mezzogiorno; stragrande è alla sera. Ha una coda che pare il serpente boa, e quella batte a destra ed a manca, ruggendo come un leone, quando vede un lume acceso di notte. In certi momenti non ha pace, manda alte grida da sentirsi alla distanza di un chilometro: s’arrotola sopra di sé, smaniosamente, ed allora i curiosi, ancorché armati chi di fucile e chi di rivoltella, stimano cosa ben fatta di ritirarsi».

Con la visita dei passeri arrivò anche il parroco di Canale e la sua benedizione. Carolì per un momento ci sperò, allungò le zampe come a farsi la croce e aprì gli occhi per vedere che cosa sarebbe successo. Il suo corpo di babi gli fece tirare fuori la lingua appiccicosa per ingoiare quell’acqua, perché per un babi l’acqua benedetta è sempre acqua e si beve.

All’indomani Carolì aveva ancora i suoi occhi rossi, la pelle leggermente tigrata, la pancia gonfia e un po’ di fame, come aveva avuto sempre e il recinto non sparì. Il parroco invece si ammalò suscitando nuove paure in uomini e donne che non riuscirono mai a darsi pace, perché gli umani – quando non hanno tutte le risposte – non sanno avere fiducia, chiedono e richiedono, vogliono sapere ma qualche volta la risposta non c’è. I babi invece quando sono in difficoltà ingoiano aria, gonfiano la pancia e fanno CRA CRA CRA.

 


Si ringrazia Corrado Quadro per la preziosa testimonianza e l’accurata ricerca storica intorno ai fatti avvenuto nell’Ottocento a Canale.

 

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Pais dij babi

Canale fu teatro di un misterioso avvenimento nell’ultimo quarto dell’800. Il protagonista fu un rospo gigantesco. Il fatto suscitò curiosità e smarrimento in Piemonte e in mezza Italia. La vicenda è oggetto di racconti e ricerche intorno a cose che potremmo definire dell’altro mondo.
PAROLE CHIAVE
LUOGO DELLA STORIA

DATA E LUOGO DEL RILEVAMENTO

R050, 1/6/2021, Canale

Roero Coast to Coast

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